Quando una semplice foto di kitesurf sa raccontare l’Africa

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    Eugenio Pavone, un kiter di Palermo che da qualche mese vive a Watamu, in Kenya, ha scattato delle bellissime foto che immortalano dei bambini africani che giocano in spiaggia con dei kite autocostruiti con materiali riciclati. Istantanee capaci di raccontare non solo la vita in Africa, ma il sogno di tutti i bambini di avere la loro fetta di felicità.

    Il grande fotografo francese Henri Cartier-Bresson una volta ha detto: “Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento”. Una frase semplice che esprime tutto il potere dirompente della fotografia. Un potere senza confini che trascende lo spazio-temporale e arriva al cuore delle persone. Perché la fotografia prima ancora di essere arte, fa una cosa ancora più importante: racconta storie.

    E le foto di Eugenio Pavone, un kiter di Palermo che si è trasferito da qualche mese in Kenya, fanno proprio questo. Pur non essendo foto artistiche, sono istantanee realizzate con uno smartphone, hanno la potenza di raccontare una storia. La storia di un gruppo di ragazzi africani, bambini con una manciata di anni a testa, che non hanno niente e che sorridono sempre. Frequentano la spiaggia e hanno voglia di giocare anche loro, come tutti i bambini del mondo. Ma non hanno giocattoli. Però sanno guardarsi attorno, sanno osservare ed essere ispirati. Possono per esempio seguire le acrobazie che Eugenio compie in acqua saltando con il suo kite a pochi centimetri dalla spiaggia del Jacaranda e rimanere sbalorditi da quello spettacolo, dalla velocità, dalle planate sull’acqua, dagli spruzzi d’acqua. E loro vogliono sapere, vogliono toccare, si avvicinano curiosi a Eugenio quando esce dall’acqua e osservano attentamente quella strana attrezzatura venuta da lontano e che sembra permettere di fare magie. L’aquilone, le linee, la barra, quella fascia assicurata in vita con un gancio di ferro ricurvo. Studiano tutto nei minimi particolari.

    Il kite che ha Eugenio ce lo costruiamo noi…

    Poi se ne vanno di corsa e felici, perché un bambino povero pur di giocare sa ingegnarsi, sa farsi venire delle belle idee. Sa prendere per esempio dei sacchi di cemento recuperati in qualche discarica e trasformarli in un’ala, e poi trovare tanti pezzi di spago da unire tra loro e legarli a un bastone che diventerà la barra di controllo. È così che i bambini africani se lo costruiscono da soli il kite, con la fame trasformata in fantasia, in arte del riciclo, in un giocattolo copiato con gli occhi e assemblato tra la polvere delle strade assolate e i cespugli verdi che crescono nella sabbia. Le foto di Eugenio forse non lo sanno, ma raccontano l’Africa intera.

    I bambini colorati nella pelle e nella fantasia

    Ecco come Eugenio Pavone, contattato in Kenya, racconta come sono nate le sue foto: “Sono seduto in spiaggia guardando la marea venire sù, quando da dietro il Luwa Beach arriva tutta la tribù dei “bimbi colorati”, questa volta con un nuovo gioco. Sì, perché nel mese trascorso su questo tratto di costa kenyana mi è già capitato di giocare con questa banda di ragazzi e mettere in pratica la mia esperienza accumulata in anni di miniclub nei villaggi turistici costruendo vulcani fumanti o facce strane con la sabbia, facendo capriole e cacciando murene. Questa volta però i bambini hanno fatto qualcosa di veramente stupefacente. Sono apparsi di corsa, gridando il mio nome, con dei sacchi di cemento vuoti legati con delle corde a un bastone e questo fissato al bacino come se fosse il gancio del trapezio. Sono arrivati in tre coppie e si sono piazzati davanti a me: uno era legato al bastone e l’altro, qualche metro più indietro reggeva il sacco di cemento che appena arrivato nella parte di spiaggia esposto al vento si è alzato in volo trasformandosi in un fantasioso kite. Poi è stata la volta degli altri due e sorprendentemente i kite stavano sù. Poi uno è caduto, una corsetta all’indietro ed è risalito ancora in cielo. Anche un altro è caduto sulla sabbia e anche qui, una corsetta per fargli prendere vento ed è decollato di nuovo. E così via, questi kite autocostruiti con mezzi di fortuna riuscivano a stare in volo per 10-15 secondi, a volte fino a 30, tanto da permettere al bambino pilota di saltare guardandomi e ridendo. “Eujenio, Eujenio, ahahah!”, chiamavano con i loro sorrisi infiniti. Sono corso dentro alla scuola a prendere il telefono per immortalare questo momento da condividere con voi. Questa è la tribù dei “bimbi colorati”, ma non tanto perché la loro pelle è più scura della nostra. Perché la fantasia e la creatività sono piene di colori”.

    Eugenio, un rider con il mare e il kite nel sangue

    Eugenio, ha 48 anni e ama il mare da quando fin da piccolo frequentava la spiaggia di Mondello a Palermo, la sua città. Crescendo è diventato un surfista e poi un windsurfista e poi un kiter. Con la passione per questo sport ha viaggiato il mondo, ha vissuto in Brasile e aperto scuole di kitesurf in Italia, In Sicilia naturalmente, allo Stagnone di Marsala, ma anche in Sardegna a Porto Pollo. Ma un vero kiter, si sa, non smette mai di viaggiare e sognare, così da qualche mese Eugenio sta esplorando il Kenya. Gli piace molto naturalmente e non solo per le condizioni di vento e il mare dai colori verde smeraldo. Gli piace l’atmosfera rilassata, il clima fantastico, la vita semplice, la possibilità di fare sport. Sta pensando di aprire qualcosa laggiù, una scuola di kitesurf, degli alloggi a bordo spiaggia, chissà…

    In quel Paese si può fare di tutto. Il kitesurf in Kenya è uno sport ancora giovane, non ci sono molte scuole e soprattutto manca una cultura locale. Mancano i ragazzi neri che fanno kite, perché non si possono permettere le costose attrezzature, nemmeno usate. Stiamo parlando di un posto dove un ragazzo di 70 kg mangia un piatto di verdura al giorno per meno di 50 centesimi di euro. Però forse un giorno quei bambini che oggi giocano con un kite autocostruito con mezzi di fortuna, navigheranno in oceano con un kite vero. E un po’ sarà anche grazie a Eugenio…

    David Ingiosi