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Spot affollati, sapete che c’è? Vi adoro

Alcune destinazioni in giro per il mondo, Brasile su tutte, sono diventate ormai degli spot di massa, super affollati di kiter e fin troppo congestionati. Corse per il parcheggio, difficoltà a gestire le attrezzature, rischio di incidenti sono la diretta conseguenza. Eppure, non tutto è così male come sembra.

Sull’ultimo numero di Kitesoul Magazine (dicembre 2016 – gennaio 2017) la campionessa statunitense Colleen Carrol, reduce da un soggiorno di cinque settimane in Brasile, scrive un’interessante articolo sul sovraffollamento delle sue lagune preferite (The Brasilian Buzz, pag. 32). Senza fare allarmismi, si chiede legittimamente se questi spot non siano ormai arrivati al massimo della propria capacità, soprattutto nella stagione invernale quando diventano meta di centinaia di kiter da tutto il mondo.

Li paragona agli altrettanto super gettonati top spot dei cugini surfisti, con tanto di file sulla line up, rischi di drop out e fenomeni di localismo. In realtà – continua ancora la reginetta del Triple-S Invitational Event – i kiter sono più tolleranti e fedeli alla filosofia del “più siamo meglio stiamo”. E poi in fondo c’è sempre la possibilità di cercare nuovi spot alternativi.

Folle di rider? Il kitesurf è in salute

Il tema degli spot affollati da una parte mette buon umore agli appassionati ed è la piacevole conferma della popolarità crescente di uno sport che ha nel viaggio la sua dimensione più congeniale. Insomma non è il caso di lamentarsi. Ma come, la crisi economica globale e i casi di cronaca internazionali hanno minato negli ultimi anni il turismo di interi paesi e noi rider non siamo contenti di continuare a viaggiare imperterriti sull’onda della nostra passione? E ancora, ci sono discipline sportive che ormai mostrano la corda e non sono capaci di tenere il passo con i tempi perdendo frotte di praticanti per strada e non ci fa piacere che gli adepti del giovane kitesurf al contrario riempiano spiagge e villaggi, alberghi e voli aerei?

Il prezzo del successo di questo sport acquatico può passare anche attraverso il pienone di praticanti in certe località e tratti di costa benedetti da condizioni paradisiache. Con le spiacevoli conseguenze del caso però: corse per assicurarsi il posto migliore in acqua, difficoltà di gestire le attrezzature a terra e soprattutto i rischi di collisione. Per non parlare dell’aumento generalizzato dei prezzi delle strutture alloggiative, delle scuole e del costo della vita in posti sperduti che fino a qualche anno fa erano quasi spazi bianchi sulle mappe e ora sono Walt Disney del mare.

Incroci di kite, incubo del principiante

Surfare in un posto affollato può essere un incubo, soprattutto per i principianti. Quando la gestione dell’ala non è ancora perfetta, quando non sia ha grande confidenza con la lunghezza delle linee del kite, quando non si è ancora sviluppato il colpo d’occhio e soprattutto quando non sia ha la padronanza della planata, ogni rider in avvicinamento anche a centinaia di metri è una minaccia, un colpo al cuore, un brivido nella schiena. Ci siamo passati tutti. “Lui sa che fare, io no, ma siamo sicuri che lo farà?”, ci chiediamo apprensivi.

Da parte mia ricordo molto bene quella sensazione di paura e sconforto perché il mio apprendistato al kitesurf è avvenuto qualche anno fa proprio nella laguna brasiliana di Cauipe, a Cumbuco. Ero un maledetto principiante con la water start che era ancora un’idea vaga, la laguna strapiena e il “buzz” di sottofondo citato dalla Carrol a me semplicemente sembrava un rombo di tuono. Fatto sta che quei giorni trascorsi a imprecare e gioire in un saliescendi emotivo al cardiopalma su quello spazio d’acqua ridotto sono stati per me una palestra eccezionale.

Due incidenti, due lezioni imparate

Ho imparato in fretta, ero costretto a farlo per via della folla in acqua, a controllare l’ala, a governare la barra di fino, a conoscere e rispettare le precedenze, a non ostacolare e disturbare gli altri rider. Ho avuto due incidenti che sono stati per me una lezione importante: nel primo ero in spiaggia con il kite alle 12 e un altro rider è entrato con la sua ala nelle mie linee e quando se ne è accorto, spaventato, ha invertito bruscamente il kite prendendomi una back. Il risultato è che il mio di kite si è trasformato in una fionda e mi ha sparato in aria alla velocità della luce. Senza avere il minimo tempo di reazione per attivare il quick release del chicken loop, ho continuato a salire finché con uno schiocco secco ho sentito che la mia back line si spezzava e mi sono schiantato da un’altezza di oltre 5 metri in acqua, per fortuna.

Nell’altro incidente ci siamo scontrati io, due altri kiter e uno di quei pescatori brasiliani che impassibili e serafici in mezzo a tutto quel casino di tavole e ali se ne stanno seduti tutto il giorno su una camera d’aria di camion a cercare di mettere insieme la cena. Ho rotto l’ala e preso una scarica di insulti in spagnolo misto al portoghese. E così sia.

 

Il movimento, la cultura, il sottofondo dei kiter

In realtà, spavento a parte, con il trascorrere dei giorni quella folla in acqua si trasformava a poco a poco in tanti singoli rider, facce sempre più familiari che mi incoraggiavano e mi davano consigli per domare la mia attrezzatura. Incontri bellissimi, trasformatisi in seguito in amicizie durature. Inoltre c’erano i campioni locali come Carlos “Bebé” Mario e Dioneia Vieira che davano spettacolo a un palmo dal mio naso e mi sciorinavano davanti agli occhi le meravigliose potenzialità dello sport che avevo iniziato.

Allora forse ha proprio ragione Colleen Carrol. Certo, ci sono tanti altri spot da conoscere ed esplorare nel mondo se si vogliono evitare le folle e permettersi il lusso dello spazio in acqua. Perché dobbiamo andare per forza in Brasile o a Cabarete o a Tarifa o a Fuerteventura? Volete mettere però il piacere di quel ronzio nelle orecchie che a poco a poco si trasforma in un suono, quello di una tribù colorata, solidale e col sorriso sulla faccia?

David Ingiosi