Perché il kitesurf ci cambia la vita

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Perché il kitesurf ci cambia la vita

Ricordate la prima volta che vi siete alzati in piedi sulla tavola? Cosa avete provato? Quale è stata la sensazione di quella prima planata? Che sia successo dieci anni fa o l’altro ieri, quell’emozione rimane stampata in ognuno di noi e continua a rinnovarsi ad ogni uscita.

Per pochi pionieri è cominciato tutto 30 anni fa, agli albori di questo sport. Poi con il boom che c’è stato a partire dalla metà degli Anni 2000 le statistiche di appassionati di kiteboarding sono schizzate in alto un po’ in tutto il mondo. Complici la pubblicità, gli articoli sulle riviste, le spiagge sempre più colorate di ali, il passaparola dell’amico, le vacanze giuste ed ecco che una valanga di gente più disparata ha scoperto la disciplina, diventando di colpo malata di vento, planate e salti antigravitazionali.

Un pensiero: perché non l’ho fatto prima?

Che sia successo una dozzina di anni fa o solo l’altro ieri, l’euforia, la gioia e l’incredulità della prima planata è qualcosa che rimane dentro e ci accompagna per tutta la vita. In genere la prima volta avviene durante le vacanze, sotto il sole caldo dell’estate, magari in quella destinazione esotica con le palme che si stagliano in spiaggia e il mare che è una tavolozza di colori magnetici. Per altri invece la sfida si è consumata in un freddo pomeriggio d’inverno con la spiaggia vuota e l’acqua gelida che neanche la muta bastava a contenere i brividi. Era solo l’entusiasmo di iniziare una nuova avventura a pompare endorfine e scaldare il cuore.

In ogni caso il primo giorno di kitesurf per la stragrande maggioranza dei rider è nella top list dei momenti più belli della propria vita. Rimane lì tra le emozioni più forti e profonde e continua a pulsare come un richiamo, soprattutto quando stiamo fuori dall’acqua per troppo tempo e quella mancanza si trasforma in astinenza. Non si vede l’ora di tornare in acqua e ripetere quella magia.

Natura, viaggi, amici, autostima, ecco perché lo amiamo

Per la maggior parte delle persone iniziare questo sport significa scoprire il mare, vivere la natura, conoscere e giocare con i suoi elementi. Ma per molti praticare il kite vuol dire anche fuggire dalla vita ordinaria, l’ufficio, il divano, la noia di certe giornate. Fa scattare la molla del viaggio, stimola la voglia di esplorare paesi e spiagge magari sconosciute fino ad allora sulle carte geografiche. Uscire in kite si traduce in una lezione di vita, di fiducia in sé stessi, di coraggio ad affrontare l’ignoto, l’avventura, i propri limiti. Regala la ricchezza di avere nuovi amici in cui riconoscersi, con cui condividere la stessa passione e l’ amore per il mare.

Ma c’è di più. Soprattutto in questi ultimi anni di crisi economica e sociale per una intera generazione la scoperta del kitesurf si è rivelata una delle migliori scuse per abbandonare definitivamente il proprio lavoro brutto e inutile, la schiavitù del mutuo e scoprire il piacere di ritirarsi su una spiaggia tropicale battuta dal vento. Sembra assurdo, ma lo hanno fatto in migliaia.

Se il mare purifica l’anima e lo sport fa bene al corpo, il kitesurf apre la mente, ci costringe a esprimere il nostro istinto primordiale, la parte più fanciullesca, è come un contenitore speciale che riempiamo solo di pensieri positivi, di autostima, di leggerezza, di voglia di giocare. Spesso il kitesurf semplicemente ci anestetizza il cuore e non ci fa pensare ai bocconi amari che siamo costretti a inghiottire.

Stile di vita, passione e piacere condiviso

I kiter nel mondo sono circa 1,5 milioni e ognuno ha la sua motivazione, la sua formula e un’unica, intima connessione con questo sport. Per molti a dirla tutta il kitesurf non è nemmeno uno sport, ma un bisogno vitale, come respirare. Per alcuni è come una malattia, di quelle buone, da cui non si vorrebbe mai guarire. Per quanto diverso può essere l’approccio di ciascuno a questa disciplina quello che è certo è che non si può tornare indietro. Chi prova certe emozioni, difficilmente poi ne può fare a meno. Ecco perché i rider si sentono parte della stessa tribù, con i loro riti e la loro fede. Insomma un mondo a parte, che chi non ha mai alzato un kite in cielo e iniziato a planare, sinceramente non potrà mai capire.

David Ingiosi