I surfisti scienziati come Cliff Kapono salveranno il mondo

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Il surfista hawaiiano di 29 anni Cliff Kapono è anche un biologo marino e ricercatore chimico presso la University of California di San Diego. Lo scorso anno ha lanciato un progetto scientifico che studia il popolo dei surfisti e la loro esposizione ai batteri marini per creare nuove cure antibiotiche.

Planare, saltare, cadere. Durante una normale session le opportunità per un kiter di finire in ammollo e anche sott’acqua sono strettamente collegate alla sua abilità, alle condizioni del mare e alla sua attitudine a provare nuove manovre per progredire, e quindi necessariamente sbagliare. Le cadute, i tuffi, i wipe out sono sempre dietro l’angolo. Poi ci sono gli spruzzi che ci investono per il vento, le onde e la velocità. Insomma il contatto con l’acqua salata è qualcosa di fisiologico per qualunque rider che surfa le onde o si allena in acqua piatta.

Eppure vi siete mai chiesti quanta acqua salata bevete durante ogni uscita? E con questa sapete quanti batteri marini ingerite? Beh, la risposta è milioni! I surfisti in generale sono i soggetti più esposti al rischio di contrarre malattie batteriche dai microorganismi che vivono in mare. Eppure sembrano tutti in buona salute. Come mai?

Surfisti come cavie per il bene della scienza

A farsi queste domande e tentare di dare delle risposte scientifiche è Cliff Kapono, un surfer hawaiiano di 29 anni, nonché biologo marino e ricercatore chimico presso la University of California di San Diego che ha avviato uno studio, il Surfer Biome Project, che utilizza il popolo dei surfisti per studiare le forme batteriologiche non ancora conosciute e capire quanto questi microrganismi siano resistenti alle normali cure antibiotiche.

“Noi surfisti entriamo a contatto con i milioni di batteri dispersi nell’oceano più di ogni altra categoria di persone, per la frequenza e la durata delle uscite in mare – spiega Kapono – per ogni uscita con la tavola beviamo in media 170 millilitri di acqua salata. Siamo esposti più di tanti altri a batteri potenzialmente nocivi e rappresentiamo pertanto i soggetti migliori su cui incentrare le analisi”.

Chi sta in mare sviluppa difese immunitarie più forti

Il Surfer Biome Project è iniziato nel gennaio 2016 analizzando centinaia di campioni di surfer volontari da California, Marocco, Inghilterra, Irlanda e Hawaii e proseguirà fino all’estate 2017, quindi fra pochi mesi verranno stilati i primi verdetti. “Per ora stiamo vedendo due cose – racconta Kapono – che i surfisti di ogni parte del mondo hanno un microbioma piuttosto simile e che seppure esposti all’incognita dei batteri marini non accusiamo più infezioni delle altre persone”. E se fosse proprio il surf il farmaco migliore?

David Ingiosi