Come diventare surfisti, vivere in un camion ed essere felici

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Come diventare surfisti, vivere in un camion ed essere felici

La storia di Filippo che insieme alla compagna e a un cane da anni viaggia a bordo di un camion trasformato nella loro casa a sei ruote e in una scuola itinerante di sport acquatici. Una scelta di vita dettata dalla passione per il surf, la voglia di beach life e l’amore per la natura.

Non esco in kite da una vita. O meglio da un paio di mesi, che è una vita appunto. Strano per uno che fa il mio lavoro. Ma tant’è: scrivere e raccontare uno sport significa anche stare spesso in panchina. Ad ogni modo l’ultima volta che sono uscito ho approfittato di una bella giornata di Scirocco per andare a Talamone, in Toscana. Quel giorno abbiamo avuto la brutta sorpresa di trovare il solito parcheggio adiacente allo spot chiuso. Alt! Una sbarra a guastarci la comodità di tenere la macchina a 10 metri dal bagnasciuga. Capita e non può essere quello a condizionare un’uscita desiderata da giorni. Si lascia l’auto più lontano e amen.

Proprio di fronte a quella sbarra tuttavia c’era parcheggiato un camion che non poteva non attirare la mia attenzione. Era enorme e massiccio. Mentre portavo l’attrezzatura in spiaggia mi stavo chiedendo di chi fosse, quando un mio amico mi presenta un ragazzo abbronzato, capelli biondi, fisico asciutto e un bel mood, rilassato e tonico. Si chiamava Filippo ed era lui il proprietario di quella “bestia” a sei ruote. Poche battute, qualche risata e la curiosità del giornalista che parte all’attacco con mille domande su di lui e quel mezzo a dir poco originale. La mia uscita in kite per quanto smaniosa per qualche minuto poteva aspettare.

La storia di un ragazzo innamorato (e non solo del mare)

Ne valeva la pena perché Filippo Gallorini aveva per le mani una storia potente. La sua. Molti anni fa per amore degli sport acquatici ha deciso di investire la sua vita in questa passione. E tutta la sua vita ora è rinchiusa proprio in quel camion che gli fa da mezzo di trasporto, da casa e da bottega. Bottega perché Filippo è un istruttore di kite, windsurf e sup e quel mezzo è la sua straordinaria scuola itinerante. Ci vive con la sua ragazza Claire e Africa, il loro cane. Quando l’ho incontrato erano appena tornati da Tarifa, in Spagna, dove avevano passato la stagione estiva.

Filippo e Claire vivono il sogno dei beach boys californiani degli Anni 60, la ricerca dell’onda perfetta e la voglia di stare in spiaggia, ma anche quello degli scrittori beat di San Francisco di un decennio prima, Jack Kerouac in testa, che non volevano altro che stare on the road, sulla strada. In movimento, come dice Filippo. Viaggiano ormai da otto anni in completa autonomia raggiungendo gli spot più belli. Sostano qualche mese, danno lezioni, surfano naturalmente, esplorano il territorio e vivono una vita essenziale, sportiva, lontana dalla civiltà e a stretto contatto con la natura. Filippo è un ragazzo sicuro di sé, genuino e sorridente e a parlarci trasmette la forza, la felicità e l’energia di uno che sta realizzando i propri sogni. Basta ascoltare le sue parole.

– Filippo quando e come è nata la tua passione per gli sport acquatici?

«La passione mi è stata trasmessa da mio padre, windsurfista dagli Anni 80 (rispetto per la vecchia scuola!) che mi ha messo su una tavola da windsurf per la prima volta all’età di 2 anni. Una volta sopra, ricordo mi disse di rimanerci sempre aggrappato e quando arrivò un’ondina che fece ribaltare la tavola, da bimbo ubbidiente ci sono rimasto aggrappato anche sott’acqua! Mi tirarono fuori e finì bene, la tavola era un Mistral Maui del 1985. Col passare degli anni durante l’estate ne approfittavo per progredire, sempre sotto l’occhio vigile e severo del babbo-insegnante. Poi a 12 anni ho cominciato a praticare altri sport, tra cui il tennis a livello agonistico, che mi occupavano molto tempo e mi avevano distolto dal mare. Dieci anni fa, anche grazie all’incontro con la mia attuale fidanzata Claire di origini maremmane, è esploso un amore folle per il mare, il vento e gli sport acquatici. Anche lei adora il mare e la vita all’aria aperta, quindi ci siamo trovati. È iniziata anche l’esperienza con il kitesurf e pure lì è stato amore a prima vista: la sensazione di farsi “portare in giro” dal tuo aquilone è qualcosa di insuperabile che tutti dovrebbero provare! Da quel momento è stata un’escalation di passione e voglia di andare in acqua. Mi sono organizzato per avvicinarmi alla costa (visto che vengo da Arezzo) ed essere sempre pronto ad approfittare delle buone condizioni e stare vicino a Claire».

– In quali spot sei cresciuto surfisticamente?

«Il mio playground è stato ed è tuttora in alcuni periodi dell’anno la maremma toscana. Lungo questa costa affascinante e selvaggia ho imparato a vivere il mare, a saggiare i miei limiti e soprattutto a rispettare la natura. I rider qui possono trovare tutte le condizioni per tutti i livelli, dall’acqua piatta o poco choppata, fino alle belle onde. Basta attendere le perturbazioni. Tra l’altro la Maremma è una terra di ottimi surfisti e tanti appassionati. È stimolante vedere in acqua sempre tanta gente e potersi confrontare. La curiosità e la voglia di vivere il mare in tutte le sue forme ci hanno spinto a cimentarci anche nello Stand Up Paddling, un ottimo sport per tenersi allenati e un bellissimo mezzo per andare alla scoperta via mare dei luoghi che ti circondano. Non importa il mezzo, l’importante è stare in acqua».

– Come hai fatto a trasformare la tua passione in un’attività professionale?

«Credo che sia un sogno di tutti quello di far diventare la passione il tuo lavoro. Quando era chiaro che insegnare e condividere la conoscenza di questi sport e trasmettere la filosofia che ruota attorno a essi era ciò che volevo fare, ho iniziato un percorso per costruire quello che desideravo: vivere sulla costa, uscire in mare a ogni occasione, lavorare stando a contatto con la gente e insegnare. Una volta raggiunto un buon livello, sia tecnico che di esperienza, ho  deciso di svolgere i corsi per prendere il brevetto da  istruttore di kitesurf e windsurf (Iko e VDWS). È stata un’esperienza importante perché oltre che avere doti tecniche e sufficiente esperienza, è fondamentale possedere il bagaglio necessario di competenze per insegnare questi sport tanto affascinanti quanto impegnativi. E poi serve un pò di stile personale».

– In quali destinazioni hai lavorato e che tipo di esperienze hai vissuto?

«Ho iniziato la carriera lavorativa in Egitto, sul Mar Rosso svolgendo il tirocinio e poi rimanendo nella location a lavorare come istruttore per altri 6 mesi. In quel periodo sono maturato molto. Ho lavorato con allievi provenienti da tutto il mondo con diverse caratteristiche e background, quindi ho fin da subito imparato ad adattarmi alle diverse situazioni, nonché parlare tre lingue. Per quattro anni poi ho lavorato durante la stagione estiva in toscana, a Talamone, che considero il mio home spot, ho passato quattro inverni in Marocco come freelance e una stagione nella mecca dei surfisti, Tarifa. Sono ormai cinque anni che insegno tutto l’anno e in questo periodo di lavoro è stato gratificante constatare che le persone a cui ho avuto il piacere di insegnare hanno vissuto ore piacevoli, in cui hanno imparato in totale sicurezza. E soprattutto divertendosi».

– Quando è nato il progetto della scuola di Kite e Windsurf itinerante?

«Animati dal desiderio di rimanere fuori da certi stereotipi e cercando di ritagliarci il nostro spazio, abbiamo pensato a qualcosa che potesse racchiudere tutto quello che ci rappresenta, incluso il nostro lavoro: quindi spiaggia, sole, cibo buono, sport, vento, onde, viaggi e lezioni. Tutti questi fattori mixati hanno dato vita alla nostra scuola itinerante di sport acquatici. Grazie al supporto del Brand toscano Roberto Ricci Design (RRD) per quel che riguarda l’attrezzatura da kitesurf, windsurf e Sup, eccoci qua alla guida di un camion che è la nostra “casa e bottega”, sempre in giro alla ricerca di spot dove le persone possono raggiungerci e vivere con noi il primo contatto con gli sport acquatici, apprendere e progredire, oppure per chi sa già andare, avere a disposizione materiale di alto livello. Il tutto condito dalla spensieratezza e purezza della vita all’aria aperta, del cibo “truck-made”, dalla riscoperta di qualcosa che nella vita normale spesso ci sfugge di mano. Una volta organizzato il box del camion, diviso tra le comodità e una zona rimessaggio per le attrezzature (il famoso garage), siamo pronti per trovare lo spot, parcheggiare, accogliere le persone e andare a surfare. Tutto questo non sarebbe possibile senza Claire, compagna inseparabile nella vita e in questa avventura, nonché cuoca di splendidi piatti, rigorosamente a base di prodotti genuini, regina dell’accoglienza, organizzatrice di banchetti e fotografa. Il capo dell’intrattenimento è poi il nostro cane Africa che con “Ermanno” (così abbiamo battezzato il camion) e me fanno LaFamily al completo».

– Il mezzo che hai scelto, un camion, è curioso e originale. Com’è la vita a bordo?

«Essendo ormai otto anni che abbiamo fatto di un camion la nostra casa, possiamo dire di aver ormai superato lo stress di quelle operazioni necessarie e quotidiane che il vivere su una casa su ruote ti porta a dover affrontare. Ci piace il fatto di vivere in un ambiente piccolo, dove tutto è raccolto e organizzato nei minimi dettagli. Viste le dimensioni del camion, uno dei problemi più frequenti che ci troviamo ad affrontare è quello del percorso e del parcheggio. Non si può sempre andare alla scoperta di una spiaggia o guidare per la semplice curiosità di sapere dove porta una certa strada. Se poi non è percorribile o finisce e non c’e spazio per fare manovra potrebbero essere dolori. Spesso fai tanta strada, magari tortuosa, sconnessa, di notte, per poi arrivare alla meta e scoprire che per ragioni di spazio o qualunque altro motivo non si può parcheggiare. Uno degli impegni più importanti di cui dobbiamo preoccuparci è l’approvvigionamento di acqua: riempiamo i serbatoi e occorre controllarne spesso il livello per non rimanere “asciutti”. Altra criticità è l’energia elettrica: non abbiamo il generatore di corrente per scelta. Ci siamo quindi organizzati con pannelli solari e accumulatori di energia con i quali riesciamo a coprire i nostri consumi quotidiani. In un posto ben soleggiato non abbiamo problemi, ma siamo sempre con un occhio alle previsioni visto che con l’aumentare della nuvolosità dobbiamo stare un po’ più attenti. In ogni caso siamo felici di usare energia pulita».

 – Puoi descrivere come ci si sente a vivere in una casa viaggiante?

«Vivere nel camion e spostarsi con lui significa essere sempre alla ricerca di luoghi da scoprire e dove sostare. Questa filosofia di vita si basa sul fatto che ovunque tu sia casa tua è con te: “Home is where you park it”. Avere una casa su ruote significa libertà, movimento, scoperta, avventura, ma anche spirito di adattamento, imprevisti, rinunce e qualche rischio. Il bello di tutto questo è che puoi guidare quanto vuoi, fare centinaia di km, ma quando decidi di fermarti, qualunque sia il posto hai casa tua e tutti gli effetti personali con te. Come essere un cittadino del mondo. Se in più ci aggiungiamo che il camion porta con noi anche l’attrezzatura con cui pratichiamo i nostri sport preferiti, con cui ci guadagniamo da vivere facendo ciò che ci piace, possiamo dire che questa formula ci sta facendo vivere un periodo straordinariamente bello della nostra vita. Viaggiamo, vediamo posti bellissimi, conosciamo tanta gente, veniamo a contatto con diversi modi di interpretare la vita, viviamo situazioni anche molto diverse tra loro. Tutto questo credo che ci stia aprendo molto la mente, rendendoci sempre pronti al cambiamento e all’adattamento, più capaci di comprendere ciò che diverso dal nostro conosciuto. Vivere fuori dai centri urbani e dal costante rumore delle città ti regala momenti impagabili, di assoluto silenzio, in compagnia solo del movimento del mare e della natura. La vita in camion e la pratica di sport acquatici, inoltre, hanno rafforzato ulteriormente la nostra volontà di fare del nostro meglio per rispettare e salvaguardare l’ambiente che ci circonda:  keep your world nice&clean!».

– Sono otto anni che girate. Come continua il vostro viaggio?

«Il viaggio è appena iniziato, la nostra idea sta prendendo forma, tanti sono ancora i chilometri da percorrere, i luoghi da scoprire, da visitare e far conoscere, tante le esperienze da vivere. Tanti saranno gli errori da compiere e le cose da correggere, ma tutto sarà fatto sempre nel rispetto reciproco e dell’ambiente e mosso dalla passione, dalla voglia di conoscere persone e luoghi, dalla voglia di insegnare, di apprendere, di crescere e di condividere. Un saluto e buone cose a tutti, vi invitiamo a venire a trovarci in giro per il mondo per vivere insieme le emozioni degli sport acquatici, fuori dalla routine globale e in paradisi naturali. Vogliamo ringraziare le nostre famiglie per credere in noi, i nostri amici e Roberto Ricci Design per il supporto. Follow the sun, on the road & on the water!».

Ascoltare le parole di Filippo non è solo emozionante, ma pericoloso, perché ti strappano dal divano, dalla scrivania e ti fanno venire una voglia pazzesca non dico di salire su un camion, ma quantomeno su una dannata macchina e partire sgommando per andare a prenderti i tuoi sogni.

David Ingiosi